OLGA E’ ANCORA VERGINE…


Era la sera del mio compleanno, il ventinovesimo. Non sei vecchio, Duilio, mi stavo dicendo, però nemmeno un ragazzino, ormai. Che cosa ti tormenta? Hai una bella moglie, Elvira. Non sei contento? Tutte queste cose le diceva un certo me stesso a un altro me stesso che, al contrario del primo,era assai più realista. Sai bene che tua moglie è una troia: dove sarà adesso? Dovrebbe essere qui a festeggiare il tuo compleanno e probabilmente è in qualche albergo a farsi sbattere. Non sapevo di trovarmi a un passo da qualcosa di straordinario che sarebbe avvenuto da lì a pochissimo. Infatti, inaspettatamente, Elvira rientrò. Era ubriaca, ebbra di una morbosa sensualità che mi avrebbe rivelato quasi subito, e, soprattutto, non era sola. Con lei c’erano addirittura tre uomini, tre estranei, fisicamente ben piantati e dai modi rozzi e volgari. Avrei dovuto cacciarli via immediatamente. Era casa mia, quella.

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Ma non lo feci. La trama, fatta di morbosità e perversione, che Elvira aveva tessuto all’esterno a mia insaputa nelle ore precedenti, stava entrando in quella casa e avviluppando ogni cosa, esattamente come la tela del ragno fa con le mosche. Non solo non rimproverai mia moglie e non feci nulla per cacciare gli intrusi, ma me ne restai, fermo e intimidito, sulla poltrona del salotto in cui mi trovavo, proprio davanti al tavolinetto basso su cui erano poggiati (simboli pieni di involontario sarcasmo) una torta alla panna e una bottiglia di spumante, insieme a un paio di bicchieri. Lanciai un’occhiata attraverso la finestra. La periferia di Bologna sembrava volersi prendere gioco di me, a quell’ora della sera.

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“Sono stata alla stazione” si mise a ridere Elvira, mentre già cominciava a togliersi le scarpe e a spogliarsi, invitando gli altri a fare altrettanto, con gesti sconci e osceni, “e sono entrata nel gabinetto degli uomini, dove ho trovato questi tre maschioni che pisciavano.Hanno dei cazzi giganteschi e stasera me li voglio spompinare per bene, con la bocca, con la fica e con il buco del culo, per celebrare degnamente il compleanno del mio maritino…” Elvira scoppiò in una risata volgare e scoppiettante, mentre già faceva seguire i fatti alle promesse. Infatti, aiutandosi maldestramente con le mani, ora che era ormai completamente nuda, stava facendo balzare fuori i cazzi dei tre maschi. Cazzi durissimi ed effettivamente (su questo punto mia moglie non aveva mentito) giganteschi. Avvenne allora qualcosa di incredibile e affascinante nello stesso tempo. Tutto questo durò assai poco e ora a me serve molto più tempo per descriverlo.

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Non è facile, ma tenterò lo stesso. Sapevo bene che avrei dovuto reagire a quell’oltraggio, a quello scempio definitivo che Elvira stava facendo del nostro matrimonio. In precedenza, mi aveva già cornificato, ma sempre lontano da casa e con una certa discrezione. Ora, invece, sembrava avere passato il Rubicone e spiattellava apertamente che non le fregava un accidente di me. Aveva scelto, per una tale dichiarazione offensiva, proprio un momento speciale, quello del mio compleanno.

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C’erano, evidentemente, tutti i presupposti per una scenata violenta, forse persino una scazzottatura. E,invece, che cosa stavo facendo io? Continuavo a restarmene rintanato su quella poltrona, inebetito. Ma c’era di peggio (o di meglio, a seconda dei punti di vista). Ora che i tre cazzoni erano ben visibili, dal momento che i tre maschi si erano spogliati completamente e avevano cominciato a darsi da fare con quella vacca di mia moglie (uno glielo aveva ficcato in bocca, un altro si sparava una sega con una mano mentre con l’altra le faceva ballare scompostamente le grandi mammelle, e il terzo tentava di infilarla alla pecorina, strusciando la cappella violacea a tratti sul grilletto della bernarda e a tratti proprio contro il buco del culo della vacca), io mi scoprii addirittura affascinato da quella visione.

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Insomma, quei maiali si pompavano laidamente mia moglie e non solo io non provavo alcun risentimento o gelosia, ma ero addirittura eccitato dalla cosa… Infatti, con orrore e raccapriccio, ma soprattutto con grande sorpresa, scoprii quasi subito che anche il mio cazzo era durissimo e mi venne istintivo di tirarlo fuori dai pantaloni,per poi abbassarli immediatamente dopo. La mia erezione non sfuggì a mia moglie, che si rivolse a me istigandomi in un modo che mai mi sarei aspettato. “Duilio, fai vedere che sei una brava checca, spompina un po’ questi maschioni, così me li prepari per quando mi entreranno in fica e in culo!” Come in trance,obbedii. Mi spogliai con gesti robotici, senza mai cessare di desiderare avidamente, con uno sguardo teso e palese, quelle belle cappelle in bocca, e alla fine mi avvicinai a quello che si stava sparando il segone e cominciai a leccargli la cappella del cazzo, che poco dopo sparì completamente dentro la mia bocca.

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Com’era grande quella cappella1 Provai un brivido osceno, che non avevo mai vissuto in precedenza, e mi venne istintivo di muovere il culo, facendo ballare le chiappe. “Guarda come gode questa troia!”, sibilò allora il maschio che aveva finalmente raggiunto il buco del culo di mia moglie e la stava inculando selvaggiamente. “E’ proprio una vacca1 Ha voglia di cazzo duro in culo, ma non ha mai osato ammetterlo! Per fortuna c’è qui la tua mogliettina, eh, carina… Che cosa faresti senza di me?” urlò mia moglie, mentre provvedeva, con l’aiuto degli altri porci, a infilarmi le sue mutandine. Le mie chiappe, incorniciate da quello scippino lezioso, facevano evidentemente un bell’effetto. Anch’io riuscii a vedermi il culo riflesso nel grande specchio del nostro salotto e il cazzo mi diventò ancora più duro.

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All’improvviso, un’ondata di allucinante stupore, intriso di sudata eccitazione, ci travolse tutti e cinque. Come obbedendo a un ordine muto e a un invisibile richiamo, cooperammo tutti quanti alla mia vestizione. Infilai gli indumenti di Elvira, provvedendo a riempire le coppe del reggiseno di carta, e non appena fu terminata la parte dell’operazione che riguardava gli abiti (per le scarpe ci fu qualche problema, a causa delle diverse misure, ma decidemmo di tagliare le scarpe di Elvira di lato, per consentire ai miei piedi di entrarvi), mia moglie andò in camera da letto a prendere una delle sue parrucche e provvide poi a truccarmi, facendomi un look pesante e volgare. Quando alla fine mi fu consentito finalmente di specchiarmi, mi venne un capogiro.

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Lo specchio del salotto mi rimandava l’immagine di una Baldracca volgare e perversa, truccata e lurida, sculettante e ansimante, che sbavava alla vista di quei cazzoni duri. Una troia che, a propria volta, esibiva un cazzo duro e fremente in mezzo alle gambe. Soltanto a quel punto la celebrazione del mio compleanno ebbe inizio. “Ti chiamerai Olga!” disse in tono trionfale mia moglie, mentre afferrava la torta alla panna e provvedeva a spalmarsene una dose abbondante sulle tette, sulla fica e in mezzo alle chiappe, invitando il maschione più vicino a leccarla tutta. Intanto, anch’io assaporavo la torta e la stavo masticando con una strana gioia che mi stava mandando in fibrillazione tutto il corpo, quando avvertii due poderose mani maschili, che mi facevano ruotare e inclinare verso il basso con il busto. Subito dopo, quelle mani mi abbassavano il collant e lo slippino e una cappella enorme e potente tentava il mio buco del culo. “Olga è ancora vergine!” scoppiò a ridere Elvira. “Spalmale la panna sul fichino…” Il maschione ritenne evidentemente che il consiglio fosse dettato dalla saggezza delle puttane, perché obbedì e si mise all’opera.

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Effettivamente, la panna della torta agiva come la vaselina e consentì a quella cappella di entrare vivacemente nel mio culo. Un istante più tardi, tutto quel gigantesco cazzone cominciava a pomparmi, deliziandomi in un modo che mai sarei arrivato a ritenere possibile in tutta la mia vita precedente. Stavo ancora masticando la torta del mio compleanno, quando una nuova invasione per poco non mi strozzò. Il porco che fino a quel momento aveva pompato in culo Elvira, un attimo prima che la sborra gli schizzasse fuori dalla cappella, mi infilò il cazzo in bocca, spingendolo in profondità. Subito dopo, un fiume di latte bianco schizzò fuori dal buchino posto sulla sommità di quell’uccellone, mentre la voce oscena di mia moglie mi invitava a berlo tutto, senza che nemmeno la più piccola goccia andasse perduta. Obbedii, ulteriormente eccitato anche dal fatto che proprio in quell’istante anche l’altro maschio, quello che mi stava pompando in culo alla pecorina, mi sborrò dentro. Ero squassato da sensazioni prepotenti e ineffabili. Mi sembrava che tutta la stanza avesse preso a girare e pensai che probabilmente, da lì a qualche istante, sarei caduto a terra svenuto. Mi venne allora istintivo correre, con una delle mie mani (che in precedenza erano state impegnate entrambe ad accarezzare i coglioni dei maschi che mi violentavano) ad afferrare il mio uccello, cominciando a spararmi una sega. Ormai, avevo anch’io voglia di sborrare. Ma un calcio prepotente e un paio di schiaffi violentissimi di Elvira mi dissuasero immediatamente, costringendomi ad allontanare quella mano trasgressiva dalla radice del mio uccello, che aveva appena impugnato saldamente. “Bastarda! Non puoi spararti il ditalino adesso. Dopo che hai sborrato non hai più voglia di fare la maiala. Solo quando i maschioni saranno completamente spompati e non avranno più neppure una goccia di sborra nei coglioni, potrai fare la schifosa con il tuo cazzo. Ti aiuterò, amore, infilandoti un cazzone finto su per il buco del culo e facendoti leccare bene le balle sudate di tutti questi maiali…”

 

1Obbedii, abbandonando i lmio cazzo spasimante, che si mise a volteggiare disperatamente nel vuoto, nella speranza che qualche mano, o qualche bocca compiacente, avesse pietà di lui e si decidesse a raccoglierlo e a dargli tregua. Ma così non fu. Anzi, ora che sia Elvira sia i tre maschioni avevano goduto, a mia moglie venne in mente una nuova sconcezza. “Portiamo Olga a battere per la strada!” si mise strepitare mia moglie. La sordida proposta venne accolta con un’ovazione di trionfo e di sconcio entusiasmo, anche perché, nel frattempo, le bottiglie di spumante che facevano bella mostra di sé, completamente vuote, sul tavolinetto basso del salotto, erano diventate addirittura cinque… In breve, fummo pronti per uscire. I tre porci si erano rivestiti e lo stesso aveva fatto Elvira, con altri abiti. Quanto a me, continuavo a indossare gli stessi. Ma, quando già ci trovavamo sulla porta,a mia moglie venne in mente un’ennesima provocazione, che di nuovo riaccese le fantasie lascive di tutta l’orda. “Devi lavorare bene di bocca e di fica, tesoro, con i clienti. Voglio che per domani mattina tu abbia fatto almeno trenta bocchini senza guanto e una quindicina di chiavate in culo. Così domani avrai la fica ben allargata e lubrificata. Ma… devi parlare ai clienti, amoruccio, quando si fermano per contrattare il prezzo della marchetta. E non puoi farlo con la voce da uomo. Devi fare la vocina da finocchietta, da bambina perversa. Ecco, adesso ti insegno…” Elvira si mise d’impegno in quella lezione. Che, naturalmente, venne condotta con lo stile di mia moglie. Ogni volta che sbagliavo l’intonazione della voce, mi arrivava uno schiaffone oppure un calcio sui coglioni, con il tacco acuminato delle sue nuove scarpette, che terminavano con tacchi a spillo. Non occorse troppo tempo. Una mezz’ora più tardi ero perfetta. Sculettante e ammiccante al punto giusto, con una vocina fessa che, intanto, aveva di nuovo fatto tornare in tiro i cazzi dei tre maiali. Uscimmo e salimmo tutti sulla nostra auto. Guidava Elvira, che mi scaricò in un certo punto della circonvallazione interna della città, quella che di notte è affollata di puttane. Ormai era molto tardi, si erano fatte le quattro del mattino e la stragrande maggioranza delle puttane era già andata via. Così, non avrei corso il rischio di vedermi alle prese con qualche pappone incazzato, perché avevo occupato il posto della sua protetta… Mi sembrava di vivere in un sogno. Agivo, ma era come se fosse stata un’altra persona al posto mio a fare tutto quanto. Ero appena scesa dalla macchina guidata da Elvira. Faceva freddo.Un freddo che probabilmente mi avrebbe consentito di recuperare in fretta un barlume di lucidità, se la mia esposizione stradale fosse durata almeno qualche minuto. Ma avevo appena fatto tre passi, che già si era fermata un’auto. Mi avvicinai al finestrino, sfoderando un sorriso perverso. “Quanto vuoi, bel puttanone?”, mi disse un porco, che già si stava menando un cazzone enorme e duro, al posto di guida. Non mi diede nemmeno il tempo di rispondere. Aprì la portiera dal mio lato e aggiunse. “Voglio succhiarti bene anche il buco del culo e leccarti cappella e coglioni!” Ci appartammo e sborrò quasi subito. La mia voglia aumentava, ma nessuno dei diciotto maschi che mi caricarono in macchina nelle tre ore successive mi consentì di godere. Volevano soltanto che fossi io a far godere loro. Quando tornai da Elvira e le mostrai quanto avevo guadagnato, lei esultò. E finalmente, arrivati a casa, dopo avere salutato i tre maschioni con una doppia serie di bocchini con l’ingoio, la prima fatta da lei e la seconda da me, Elvira mi infilè il vibratore in culo e mi permise di farmi una sega, ammirandola mentre pisciava e cagava. “Adesso sono il tuo pappone”, aggiunse subito dopo, “e da stasera ti porto a battere, visto che hai grande successo e il tuo buco del culo piace agli uomini. La prossima settimana andiamo in clinica e ti faccio mettere due belle poppe, almeno una sesta misura…” Finalmente, ci addormentammo, sfiniti. Il vero colpo discena di questa vicenda si ebbe soltanto il giorno successivo, quando, a metà del pomeriggio (era un giorno festivo), ci risvegliammo entrambi con un terribile male alla testa, a causa dell’ubriachezza della notte precedente. Elvira si mise a piangere, al ricordo di quello che era successo la notte precedente. “Tesoro, potrai mai perdonarmi per tutte le sconcezze che ho fatto e che ti ho fatto fare? Ero ubriaca…oh…io non devo più bere, mai più!” La guardai sorridendo. Soltanto allora lei sembrò accorgersi di quello che stavo facendo. Dopo essermi infilata reggiseno imbottito e mutandine rosa, mi stavo passando il rossetto sulle labbra. “E perché ti dovrei perdonare? Di che cosa? Anzi, ti voglio ringraziare. Grazie a te, stanotte è nata Olga, che ha preso gusto alla vita. Dimmi solo una cosa. Se vuoi essere tu il mio pappone. In caso contrario dovrò cercarmene un altro.Una vera puttana non può stare senza un magnaccio…” E, senza darle il tempo di rispondere, mi precipitai alla porta, dove qualcuno stava suonando. Elvira, incredula, con la coda dell’occhio vide che stavo facendo entrare uno dei tre maschi della sera precedente, quello che mi aveva pompato in culo in casa. “Ah, tesoro, mi ero scordata di dirti che ieri sera mi sono fatta dare il numero di cellulare da Sergio, questo bel maschione, e prima, mentre tu dormivi ancora, gli ho telefonato. Ho voglia di spompinare una bella cappella con l’ingoio di tutta la sborra, prima di colazione…”   Olga T. (Bologna)

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