SONO LA TUA SCHIAVA CON IL MAZZO, TU DI ME DIVENTERAI PAZZO! Capitolo UNO


Autobiografia trans di Lisa P.

NOTA In esclusiva assoluta, ilpornale.it pubblica questo eccezionale documento autentico. Una giovanissima trans italiana racconta in dettaglio come è avvenuta la propria metamorfosi da maschio in transessuale. Un documento umano di grande attualità.

CAPITOLO PRIMO

Quella era stata la prima volta con mutandine femminili di pizzo, calze a rete, reggicalze, scarpette rosse con il tacchettino a spillo e un grande reggiseno quarta misura, completamente imbottito di gommapiuma, una parrucca di capelli neri, corti, con taglio sbarazzino alla Valentina, un rossetto rosso acceso sulle labbra, con il segno della matita nera ad accentuare i contorni della mia bocca da pompini, un po’ d’ombretto e il fard. Avevo appena compiuto diciotto anni. Fin dalla mia fanciullezza ero sempre rimasto incantato e affascinato di fronte alla stupefacente bellezza femminile. Sin da bambino mi sentivo una femminuccia nell’animo. Non giocavo volentieri con gli altri bambini maschi della mia età, se non per accompagnarli quando, nei prati, si decideva di andare a pisciare tutti insieme. Io gridavo, allora, con gioia e mi facevo attento. Anche quando, in realtà, non avevo nessuna voglia di pisciare, perché la pipì l’avevo appena fatta, mi inserivo proprio al centro del nostro gruppetto. D’estate, in campagna durante le vacanze, eravamo un bel gruppo di amici coetanei o quasi, tutti tra i sei e i tredici anni. Io mi mettevo sempre accanto a quelli più grandi, che avevano il cazzo più grosso (e qualcuno cominciava ad avere l’erezione) e, a volte pisciando davvero a volte fingendo, guardavo con ammirazione tutti quegli uccelli che pisciavano… Già verso i dieci anni qualcuno, in quella nostra squadra, cominciava a chiamarmi “femminuccia”. Invece di chiamarmi con il mio nome, Mario, mi gridavano: “Ehi, Maria, femminuccia!” pensando di schernirmi.

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Non potevano sapere quanta gioia mi procurava invece quella che, nelle loro intenzioni, io avrei dovuto vivere come un’umiliazione. Un giorno, un ragazzo molto più grande di me mi portò in regalo – sempre in gesto di scherno – una bambola. Io lo ringraziai, facendogli gli occhi dolci. Lui mi guardò in modo strano, non disse nulla e se ne andò ma io avevo visto benissimo che prima, fuggevolmente, si era sistemato il cazzo duro negli slip. Segno che, vedendo la mia espressione d’amore, mi aveva desiderato. la cosa mi riempiva di gioia. Piano piano, cresceva in me, giorno dopo giorno, il desiderio di assomigliare a una donna, bella, sexy e provocante. Purtroppo, non avevo modo di assecondare questa mia inclinazione: in casa, il dialogo con i miei genitori era ridotto al minimo. Erano troppo indaffarati a mandare avanti quattro negozi di generi alimentari. C’era, sì, uno zio, Gustavo, che certe volte mi lanciava occhiate sbarazzine, ma forse queste ultime erano solo frutto della mia fantasia. Vivevo a Milano. Crescevo bene e tutto il mio corpo con me. Ma c’era, inequivocabilmente, qualcosa di molto femminile nel mio comportamento, come pure nel mio fisico. Non avevo peli sul corpo, i fianchi erano decisamente arrotondati, il culo molto bello, dolce e sporgente, la barba stentava a crescere e i muscoli pettorali erano praticamente inesistenti, mentre intorno ai miei capezzoli, che non erano del tutto atrofizzati, come quelli che generalmente hanno gli uomini, c’era un certo spessore molliccio: vere e proprie tettine…

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Qualcun altro, al mio posto, si sarebbe vergognato di questo, nelle occasioni e circostanze in cui era indispensabile spogliarsi, come in spiaggia o in piscina. Io, al contrario, ero contentissimo ogni volta che qualcuno si lasciava sfuggire un commento irriverente nei miei confronti, come, per esempio, che ero una finocchietta… Il desiderio di travestirmi cresceva in me, ma non riuscivo a trovare il coraggio di farlo, neppure in casa. Era troppo pericoloso: i miei genitori entravano e uscivano in continuazione, i miei due fratelli, un po’ più grandi di me, studiavano, in casa, al pomeriggio e al mattino erano a scuola (cioè: avevano i miei stesi orari) e lo zio Gustavo sembrava sempre presente. Così, mese dopo mese, cresceva in me questa frustrazione. Ma, naturalmente, non avevo affatto rinunciato al progetto. Avevo messo da parte il denaro, poco per volta, ed ero riuscito ad acquistare tutto l’occorrente, ogni volta spiegando ai negozianti che si trattava di regali per amiche.

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Nascondevo accuratamente la mercanzia in camera mia, in mezzo a montagne di libri e giocattoli ed ero certo che nessuno sarebbe mai riuscito a scoprire quel segreto. Esattamente tre giorni prima di quello che sarebbe stato il mio battesimo nel campo della femminilità e della troiaggine – avevo appena compiuto diciotto anni, e la femminilità del mio corpo di bel ragazzo alto era in contraddizione solo con il cazzo gigantesco e i coglioni enormi che mi ritrovavo in mezzo alle gambe, come pure con la peluria foltissima che li circondava, unica peluria di tutto il mio corpo – successe una cosa imprevista che segnò il mio destino futuro. Già da qualche tempo avevo notato una certa morbosità in zio Gustavo, quando mi incontrava in casa. Avevo tenuto i pantaloncini corti, con le gambe scoperte, fino a che avevo potuto. Ma a quattordici anni ero stato costretto ad indossare pantaloni lunghi. Questo, fuori casa. In casa era un’altra faccenda. Avevo degli hot-pants, ricavati da vecchi jeans e avevo preteso, riuscendo nel mio intento, di farli tagliare su misura da una sarta, in modo che le mie chiappe risultassero quasi completamente nude.

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Quando indossavo questi indumenti, lo zio Gustava mi guardava il culo, ne ero certo. Io lo facevo apposta a sculettare. Poi mi chiudevo in camera mia o in bagno, mi abbassavo pantalonicini e mutandine, mi sbottonavo la camicia e cominciavo a menarmi lentamente il cazzo, accarezzandomi da solo le tettine e abbandonandomi a fantasie perverse che prevedevano, inevitabilmente, che lo zio mi sorprendesse tutta travestita e, chiamandomi Lisa – questo era il nome che avevo scelto per la mia seconda, ma in realtà prima, personalità – mi chiavasse in culo, con un cazzo grosso almeno quanto il mio. Sborravo, poi, immaginando che il nostro incontro si concludesse con un delizioso sessantanove, con reciproca sborrata in bocca e ingerimento, da parte mia, di tutto il latte bianco della cappella dello zio… Altre volte, quando lo zio mi vedeva entrare in bagno, si attardava nei paraggi e, poco dopo, fingendo di non sapere che la toeletta fosse occupata e esibendo una sbadataggine davvero poco credibile, tentava di aprire la porta… Poi si scusava a voce alta, chiedendomi se avessi bisogno di qualcosa, con il tono di voce di chi intende: “quel qualcosa che ti serve, io ce l’ho in mezzo alle gambe, bambina mia…” Arrivò così la vigilia del giorno in cui tutto cambiò.

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Ero appena entrato nella mia camerettta e mi accingevo, come sempre, in perfetta solitudine e dopo essermi sincerato che la porta fosse ben chiusa dall’interno, a riguardare per la millesima volta i capi femminili che qualche volta avevo, timidamente, indossato (ma mai tutti insieme: se qualcuno avesse bussato alla porta e io mi fossi trovato nella necessità di aprire, non avrei fatto in tempo, in quel caso, a spogliarmi e rivestirmi…) quando mi accorsi con stupore, rabbia e costernazione, che mancava il reggiseno imbottito. Non solo: mancavano anche le scarpette rosse con il tacco a spillo. Ero dunque stato scoperto! Ma da chi? Per tutto il pomeriggio mi rifiutai di uscire dalla mia camera, fingendo di sonnecchiare, ma in realtà piangendo di vergogna e di impotenza. Poi, a un certo punto del pomeriggio, qualcuno fece scivolare un biglietto sotto la porta. Incredulo ma comprensibilmente incuriosito, mi alzai dal letto su cui stavo steso e lo presi. Era scritto con un normografo: impossibile, di conseguenza, capire chi ne fosse l’autore. Il biglietto diceva: “Le tue cose sono nel ripostiglio del corridoio, in alto. Domani pomeriggio alle 3 in casa non ci sarà nessuno. Ti voglio vedere. Sarai bellissima, proprio una deliziosa troietta”. Restai a meditare.

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Chi poteva esserne l’autore? Più ci pensavo e più le mie supposizioni convergevano su zio Gustavo, che tuttavia non mi sembrava adeguato a un simile ruolo di segretezza e organizzazione, piuttosto complicato. Chi dunque? Per saperlo, non restava che accettare l’invito. Ma come poteva l’autore anonimo del messaggio essere così certo che l’indomani a quell’ora la casa sarebbe stata a nostra disposizione? Quanti misteri… Quella notte non riuscii praticamente a chiudere occhio e la mattinata successiva, a scuola, fu anche peggiore. Quando arrivai a casa, trovai solo lo zio Gustavo che stava uscendo. Mi disse che c’era stato un lutto improvviso in famiglia. Era morto un certo parente a Bologna. Gli altri erano già partiti in macchina, inclusi i miei fratelli. Lui sarebbe passato a prendere mio padre, Aldo, e sarebbero partiti insieme. E mia madre? Forse sarebbe rimasta a casa di una sorella alla periferia di Milano, dal momento che non stava troppo bene. Quanto a me, avevo appena il tempo di mangiare un boccone e sarei potuto uscire con lo zio e dirigermi alla volta di Bologna con lui e con mio padre. Io lo guardai a lungo, prima di rispondergli che non me la sentivo di affrontare quel viaggio e che potevo benissimo restare in casa da solo… Insomma, alle due del pomeriggio mi ritrovai da solo in quella grande casa, proprio come aveva previsto l’ignoto autore del messaggio. I miei capi “trafugati” si trovavano proprio nel ripostiglio del corridoio. Toccava a me, finalmente. Ancora un’ora di suspense e avrei scoperto chi era a conoscenza del mio segreto. Mi vestii e mi truccai con cura addirittura maniacale, utilizzando il bagno centrale. Mi sentivo calmissimo. Man mano che la mia trasformazione e la mia metamorfosi procedevano, la mia natura femminile prendeva il sopravvento. Cominciai a canticchiare una canzonetta la cui protagonista era una donna che smaniava per un uomo e mi venne istintivamente, come una cosa naturale, muovere il culetto, sbattere le chiappine di qua e di là, dimenare i fianchi e fare tante mossettine, provando ad immaginare che da lì a poco un maschione – quasi certamente lo zio Gustavo – mi avrebbe chiavata in culo con un bel cazzo. E sarebbe stata la prima volta della mia vita. Smaniavo e sbavavo all’idea. Immaginavo le mani forti, ma nello stesso tempo gentili, del maschio che mi attiravano verso di lui e cominciavano a vellicarmi le chiappe, mentre piano piano mi facevano scendere gli slippini e cominciavano a sditalinarmi il buco del culo, chiamandolo finalmente con il suo vero nome: fica… Per farmi coraggio, sempre sculettando e parlando da solo, provando ad impostare per la prima volta la vocina da femminuccia – sapevo che tanto piace ai maschioni se sono veri maiali – raggiunsi il salotto e mi versai in un bicchiere una dose abbondante di un liquore forte. Ne avevo bisogno. Le tre erano ormai passate da dieci minuti e, a quanto pareva, non si sarebbe presentato nessuno all’appuntamento. Così decisi di restare ancora per un po’ di tempo in quella dimensione fantastica, approfittando dell’eccitazione che mi pervadeva tutta – il cazzo mi ballonzolava durissimo sul davanti e tendeva all’inverosimile le mutandine da femminuccia e l’orlo del corto vestititno che avevo indossato – e cominciai ad utilizzare il collo della bottiglia, da cui avevo appena bevuto, come un cazzo finto. Piano piano me lo spingevo sempre più dentro il buco del culo, mentre mi accarezzavo il cazzo con movimenti sempre più veloci e con vocina da bambina sognavo a voce alta: – Zio, che bel cazzone che hai! Con la cappella larga, a fungo, proprio come piace a me! Vero che me lo dai tutto, il tuo bel cazzo, nella mia fichetta morbida, che è stata fatta proprio per i maschioni? In quell’istante, una voce alle mie spalle mi sorprese, cogliendomi assolutamente impreparato agli avvenimenti che stavano per succedersi. Evidentemente qualcuno era entrato in casa senza far rumore e io ero a tal punto perso dietro alle mie fantasticherie che non mi ero accorto di nulla. – Sei proprio una bella ragazza, amore, con una fichetta che, vedrai, farà impazzire tutti i maschi – disse la voce. Ma non si trattava di zio Gustavo. Era una voce femminile. Era la voce di mia madre…   (1 – continua)

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