SONO LA TUA SCHIAVA CON IL MAZZO, TU DI ME DIVENTERAI PAZZO! Capitolo QUATTRO


Autobiografia trans di Lisa P.

NOTA

In esclusiva assoluta, ilpornale.it pubblica questo eccezionale documento autentico. Una giovanissima trans italiana racconta in dettaglio come è avvenuta la propria metamorfosi da maschio in transessuale. Un documento umano di grande attualità.

CAPITOLO QUARTO

L’intervento riuscì benissimo. Durante la breve convalescenza, un giorno soltanto, nel letto, in quella clinica specializzata che si trovava a Firenze, ebbi modo di pensare agli ultimi avvenimenti. Erano trascorse cinque settimane da quel giorno prodigioso, che aveva completamente cambiato la mia vita. E, in quelle cinque settimane, erano successe più cose che non in tutta la mia vita precedente… Quando avevo chiesto a zio Gustavo i soldi per la pompa che gli avevo appena fatto, comportandomi così finalmente da puttana e dimostrando a mia madre che stavo mettendo immediatamente in pratica i suoi insegnamenti, mi ero sentita improvvisamente felice. Lo zio mi aveva dato due banconote da cento e poi ne aveva tenuta in mano una terza, sorridendomi come un porco debosciato, e mi aveva bisbigliato: – Altre cento, troia, se ti fai leccare un po’ la bernarda… Io avevo lanciato a mia madre un’occhiata tra l’entusiasta e l’interrogativo. Ma lei mi aveva risposto con un’altra occhiata di approvazione e di consenso. Allora, io avevo risposto allo zio, mentre gli lanciavo un bacio osceno nell’aria e sculettavo da perfetta sgualdrina: – Facciamo centicinquanta. I soldi prima, amore… Lo zio sapeva leccare bene la fica, ma dovetti ammettere quasi subito che la mamma era stata assai più brava… Quando, alla fine, ci eravamo rilassati, ero venuta a conoscenza di alcuni segreti della mia famiglia, la cui conoscenza si rivelò preziosa in avvenimenti successivi, di cui allora io non potevo certo immaginare neppure la possibilità. In gioventù, mia madre aveva fatto la troia. Per un certo periodo, si era prostituita in case-squillo, in seguito anche sul marciapiede. Ma la sua famiglia l’aveva costretta ad interrompere quell’attività gratificante, con il ricatto. Sua madre (cioè mia nonna), infatti, le aveva fatto sapere, da terze persone, che quel comportamento immorale della figlia avrebbe finito per ucciderla.

12

Era ormai prossima all’infarto, così aveva detto il dottore di famiglia. Naturalmente, non era vero niente. Si trattava di una colossale macchinazione ai danni di mia madre. La quale, tuttavia, aveva creduto alle menzogne del medico e dei parenti e, non potendo assumersi la responsabilità di una eventuale morte di mia nonna (di cui, ovviamente, sarebbe stata incolpata), nel caso fosse effettivamente avvenuta per un infarto, era tornata a casa. E aveva accettato di sposare quello che mia nonna aveva definito il marito ideale per Maria. Quello che sarebbe diventato mio padre. Un bottegaio senza fantasia, ma proprietario di due negozi di generi alimentari. Così, mia madre aveva accettato una identità formale e ufficiale, che era assai lontana dalla sua natura. Il ricatto della morte possibile della nonna era continuato nel tempo. Intanto, i negozi erano diventati quattro ed erano nati due figli, i miei fratelli, appunto. Quando poi la nonna era effettivamente morta, mia madre non aveva più trovato il coraggio di uscire da quella situazione.

11

Aveva allora cominciato a desiderare una figlia che la potesse vendicare, una femmina che potesse fare tutto quello che a lei era stato negato, che diventasse, insomma, una troia scatenata. Per questo aveva supplicato mio padre di poter avere ancora una gravidanza. Quando ero nato io, un altro maschio, lei aveva avuto un crollo psicologico. Ma erano trascorsi solo pochi anni e Maria aveva cominciato a capire che questo figlio era un po’ speciale… Aveva perciò preso a nutrire strane speranze. Anche se ero un maschio, forse sarei potuto diventare una femmina. Mio padre si era accorto della cosa e, intuendo vagamente, da alcuni dettagli (come, ad esempio, che frequentemente, quando ero piccolissimo, mia madre mi faceva indossare vestitini da femminuccia e mi guardava con adorazione), che la moglie stava per cadere in una sorta di ritorno mentale al passato – un passato di cui egli, ovviamente, era perfettamente al corrente – l’aveva allontanata, ora con uno stratagemma ora con un altro, da casa, e di conseguenza da me, per alcuni anni. Del resto, io ero ancora troppo piccolo perché lei potesse davvero intervenire. ma intanto gli anni passavano. Alcuni mesi prima, mia madre aveva finalmente trovato il coraggio di entrare nella mia camera, mentre io ero a scuola. Dovevo ammettere che era stata abilissima, mentre il cuore le batteva forte nel petto e la fica le pulsava con contrazioni tremende, a frugare fra le mie cose e a scoprire tutti i capi di abbigliamento femminile che avevo via via messo insieme. Mia madre mi aveva confidato, quello stesso pomeriggio, che, alla vista delle mutandine rosa traforate e delle scarpette con il tacco a spillo, aveva sborrato spontaneamente una prima volta dalla fica, una seconda sgrillettandosi da sola a sangue e una terza mentre si faceva pompare nel culo da zio Gustavo.

10

Il quale era un fratello di mio padre. Rimasto vedovo, e dal momento che la nostra casa era molto grande, era venuto a vivere con noi ormai da parecchi anni. All’occhio puttanesco ed esperto di mia madre non era sfuggito che il cognato era fatto di una pasta assai diversa da quella del marito. Così, approfittando sistematicamente delle occasioni in cui riusciva a trovarsi da sola in casa con lui, aveva cominciato a stuzzicarlo e provocarlo, facendosi trovare nuda in cucina o lasciando socchiusa la porta del bagno quando andava a pisciare… o a fare la doccia. La loro relazione segreta non era mai stata scoperta da mio padre. Maria aveva confidato allo zio le proprie speranze sul mio conto. Insomma, io non mi ero ingannato sulla morbosità di certe occhiate dello zio… Mia madre aveva organizzato, con la sua complicità, quel pomeriggio straordinario. Era riuscita a spedire mio padre, i miei fratelli e altre persone fino a Bologna, col pretesto di un decesso in famiglia, che si era rivelato uno scherzo di pessimo gusto, apparentemente ordito da altri. Questa era stata la giustificazione pretestuosa e davvero insostenibile di mia madre, quando mio padre era tornato a casa, incazzatissimo. Mia madre aveva bevuto, dopo la nostra avventura erotica. Sicché mio padre la trovò ubriaca, altezzosa, sguaiata e ancora vestita da troia, senza mutandine, a gambe larghe, la fica pelosa bene in vista. Per prima cosa mio padre aveva spedito i miei fratelli nelle loro camere. Quando poi aveva notato me, vestita a mia volta da puttana, era scoppiato un litigio violentissimo con mia madre, durante il quale lo zio Gustavo si era eclissato. Tra un insulto e l’altro, mia madre aveva ammesso di essere esaltata dal fatto che io fossi una trans e persino di avere una relazione con zio Gustavo!

9

In pochi minuti la situazione in casa era precipitata e degenerata violentemente. Ma mia madre lavorava a quel progetto di cambiamento della propria vita da almeno un anno, all’insaputa di tutti e con la sola eccezione di zio Gustavo, e non si era fatta sorprendere dagli eventi. Aveva già un’altra casa pronta… I miei genitori si erano separati il giorno successivo. Io avevo seguito la mamma e zio Gustavo nella casa nuova. La mamma, che pur avendo quarantacinque anni è tuttora una bellissima troia, aveva ricominciato subito a lavorare. Di giorno riceveva i clienti in casa, di notte andava a passeggiare in viale Umbria. Nella nuova casa, la mia vita era cambiata davvero. Non dovevo più nascondere la mia vera identità femminile. Non andavo più a scuola. Giravamo tutto il giorno, io e la mamma, quando lei non doveva chiavare con i clienti, nei negozi alla ricerca di look sexy. Da un giorno all’altro, la mia nuova apparenza di giovane troietta diventava sempre più affascinante, corposa, credibile e soddisfacente. Intanto, la mamma continuava a spiegarmi la teoria sulla dominazione. Io l’ascoltavo con attenzione, mentre diventavo sempre più sexy e femminile, anche grazie alle cure ormonali che mi prescriveva un medico, cliente della mamma. Eravamo andate insieme da questo specialista, che mi aveva visitata e che poi io avevo ringraziato facendogli un bellissimo bocchino con l’ingoio senza guanto. Insomma, tutto stava andando per il meglio, per me e per la mamma, ma restavano due problemi importanti da risolvere in tempi brevi: le mie tette e la mia verginità. Le settimane passavano e io prendevo familiarità con il mio nuovo corpo e il mio nuovo nome. E, soprattutto, con il bagaglio di troiaggine potenziale che avevo dentro di me. Ma tutto questo, paradossalmente, non faceva che aumentare la mia sofferenza, in un certo senso. Infatti, mi vedevo bella, appetitosa, stuzzicante e troia, anche se ancora piatta davanti. I maschi mi guardavano, mi facevano proposte luride e oscene, che mi mandavano al settimo cielo per la gioia.

8

Proposte che non potevo accettare, se non quando potevo limitarmi a sparare una sega o a fare un pompìno. Pochissimi accettavano. Tutti quanti desideravano pomparmi nella fichetta. A quel punto scattava il veto imposto dalla mia mamma e da me consapevolmente accettato. La verginità l’avrei venduta a caro prezzo. Dopodiché avrei fatto la troia a ruota libera, avrei finalmente iniziato la mia carriera di dominatrice (non vedevo l’ora). Ma fino a quel giorno dovevo accettare questo handicap. E a questo punto entravano in scena le tette mancanti. La mamma mi aveva spiegato che, per riuscire a vendere bene la mia cosina vergine, avrei dovuto avere già un paio di poppe grosse ed eccitanti. Gli ormoni di cui stavo facendo grande uso mi avevano sì creato due tettine deliziose, ma piccolissime… Perciò, per tutte queste ragioni, ognuna delle quali rimandava inevitabilmente a un’altra, ero prigioniera di una castità forzata. Anche con zio Gustavo non c’erano più stati incontri, dal momento che anche lui voleva la cosina… E poi, da quando era diventato il pappone della mamma e lei lo amava alla follia per questo, sembrava avermi dimenticata. In seguito, mi resi conto che le cose non stavano affatto così, ma in quelle settimane, stando all’apparenza della nostra vita in comune, non avrei potuto certo supporlo. Insomma, tutto andava bene e tutto andava male. Non riuscivo più nemmeno a masturbarmi da sola. La mia nuova immagine, di cui parlerò più avanti, mi faceva chiaramente capire che non aveva più senso per me sgrillettarmi sognando. Ormai, non era più tempo di sognare, ma di agire. Ma quando, quando? Era venuto finalmente il giorno tanto atteso, quello dell’intervento chirurgico. Mi riscossi. Nel lettino della clinica non potevo ancora vedere le mie tette nuove di zecca. dal momento che erano completamente fasciate. Vedevo tuttavia due cose, che sembravano due enormi montagne che mi spuntavano dal petto, sia pure coperte dalle bende. Finalmente, finalmente, finalmente! Sapevo, anche se non potevo ancora averne la prova, che quelle poppe erano proprio come le desideravo io: ottava misura. La mamma, che mi aveva accompagnata a Firenze, andava e veniva, eccitata, dalla mia camera. Poiché eravamo partite in treno all’alba da Milano, quando lei aveva appena smesso di lavorare e aveva ancora la bocca piena della sborra dell’ultimo cliente (la mia mamma lavora sempre rigorosamente senza guanto, per far godere di più i maschioni), non si era neppure cambiata. Indossava perciò un vestitino aderente, cortissimo e scollatissimo, praticamente con le tette di fuori, e un minuscolo tanga che faceva vedere benissimo fica e culo. Il tutto accompagnato da scarpe con zeppe altissime. Così, un po’ perché zio Gustavo le aveva raccomandato di non perdere una giornata di lavoro, un po’ per tenersi fisicamente in allenamento e non far venire le ragnatele a fica e buco del culo, lei era riuscita a trovare dei clienti in quella clinica e aveva ripreso a smarchettare. Per questo entrava e usciva dalla mia stanza. Seduta a gambe larghe accanto al mio letto, con gli slippini calati a metà coscia, la fica aperta e dilatata e un dito a torturare il grilletto della stessa, faceva l’occhiolino a tutti i maschi che passavano nel corridoio. Molti dei quali entravano e contrattavano il prezzo della marchetta Mia madre, allora, li portava nella toeletta dei maschi e lì li spompinava oppure si faceva chiavare in fica o in culo. Io la guardavo e imparavo. Avevo ancora molto da imparare da lei. Ma sapevo che un giorno sarei riuscita a superarla in troiaggine. Il mio grilletto durissimo mi diceva di sì… (4 – continua)

You may also like...

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>