SONO LA TUA SCHIAVA CON IL MAZZO, TU DI ME DIVENTERAI PAZZO! Capitolo CINQUE


Autobiografia trans di Lisa P.

NOTA In esclusiva assoluta, ilpornale.it pubblica questo eccezionale documento autentico. Una giovanissima trans italiana racconta in dettaglio come è avvenuta la propria metamorfosi da maschio in transessuale. Un documento umano di grande attualità.

CAPITOLO QUINTO

- Signori, per favore, un attimo di silenzio! La voce di mia madre risuonò con un tono duro nella vasta sala perfettamente illuminata. I nostri ospiti erano tutti presenti. Le cameriere in topless si aggiravano graziosamente, servendo liquori. Si avvertiva nell’aria una tensione erotica palpabile. Io ero legata, in baby-doll, con una catena, a una pertica che si innalzava al centro della piccola pedana sopraelevata che mi ospitava e mi esibiva. La catena mi terminava al collo, intorno al quale uno spesso collare di ferro faceva chiaramente capire la mia condizione di schiava. Invece, mia madre, che si trovava in un’altra postazione sopraelevata, ma dotata di sedia, scrivania e microfono, era completamente nuda, fatta eccezione per una mascherina nera, con un pizzo sottostante, che le ricopriva il volto fino al labbro superiore, un paio di stivali neri al ginocchio, con zeppa altissima, e un frustino. Quando mia madre, in precedenza, mi aveva spiegato come intendeva gestire la serata, io ero rimasta un po’ perplessa. E glielo avevo detto. – Mamma, tu mi hai sempre detto che intendevi fare di me una Padrona e ora mi vuoi offrire come una schiava? – Figlia mia adorata – aveva allora risposto lei, accarezzandomi e baciandomi a lungo quelle mie poppe gigantesche e nuovissime, che tanto la facevano sognare – prima di tutto, in questa circostanza, tu devi essere messa all’asta e, di conseguenza, puoi essere solo una schiava e non certo una Padrona.

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In secondo luogo, tu sai che devo pensare alla tua istruzione, ora che non vai più a scuola e ti sei iscritta all’università della troiaggine e della dominazione. Come puoi immaginare di poter diventare una vera Padrona, se non sai nulla della condizione di schiava? Altre esperienze di schiavitù dovrai superare se vorrai davvero diventare una Padrona invincibile. Dovrai conoscere e capire tutto della psicologia degli schiavi e delle schiave… Quel discorso mi aveva convinta e rasserenata. E sapevo che anche in quella circostanza, come sempre, la mamma avrebbe agito esclusivamente per il mio bene. Così, mi ritrovai incatenata, ma con espressione beffarda e insolente in viso, mentre muovevo il culo languidamente e facevo ballare le mie tette. – Siamo qui riuniti questa sera – proseguì la mamma, mentre, parlando al microfono, si accarezzava la fichetta nuda ed eccitatissima – per una sorta di sensazionale “jus primae noctis” dei tempi moderni. Una bella, nobile, generosa e serena iniziativa medioevale che, purtroppo, si è andata perdendo con il tempo. In sala ci furono brusii di approvazione. Qualche maschio mi fissava con voglia e aveva già tirato fuori l’uccello, cominciando a scappellarlo e a menarlo. Io cercavo di atteggiarmi a ochetta e sgualdrina, puttana e timida, troia e stupida oltre ogni immaginazione, ma intanto cercavo con lo sguardo Hugo. Finalmente lo vidi. Si trovava in fondo alla sala e non sembrava particolarmente eccitato.

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In quell’istante decisi che avrei fatto di tutto per diventare dapprima la sua schiava e, in seguito, la sua Padrona. – Abbiamo qui questa sera – continuò la mamma – una bellissima schiava di diciotto anni, con un grilletto che, quando è eccitato, raggiunge i venticinque centimetri di lunghezza! Si alzarono grida di entusiasmo. Io mi accarezzai davanti, sopra le mutandine, tendendole e facendo vedere la grossa banana dura di traverso. Se qualcuno, in precedenza, avesse avuto dei dubbi sulla mia natura, ormai si sarebbe chiarito definitivamente le idee, prima che la riffa iniziasse.

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- Ma soprattutto – la mamma, grazie al microfono, riuscì a superare le grida dei convenuti che ormai, quasi tutti, avevano calato i pantaloni ed esibivano cazzi durissimi – è importante sapere che la caratteristica più importante di questa schiava in questo momento è di essere ancora vergine! Le grida ritornarono in primo piano, mentre io mi voltavo, esibendo le chiappe, scostando le mutandine e mostrando il mio buchino, che mi dilatavo parzialmente con le mani, facendo l’ochetta a più non posso. -Naturalmente, chiunque di voi può controllare di persona, immediatamente, la veridicità e l’attendibilità di questa informazione, andando ad infilare un dito nel buchino vergine. Ma, mi raccomando, un dito solo e lentamente. Non vorrei che me la sverginaste anzitempo… La battuta volgare della mamma scatenò l’ilarità generale. Un ciccione, in prima fila, fece ballare un cazzo enorme, dicendo che quello era il dito che mi voleva infilare per il controllo…

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Si alzarono in tre per il controllo della merce, camminando goffamente a causa dei pantaloni e degli slip abbassati. Sembrava che tutti quei maschi che si erano dati convegno in quel castello per disputarsi la mia fichetta vergine possedessero cazzi giganteschi. I tre maiali mi vennero accanto e piano piano, con dolcezza il primo, con gentilezza il secondo, con timidezza il terzo, mi infilarono cautamente un dito dentro il buchino, che io continuavo a tenere allargato con le mie mani. L’ultimo, appena estratto il dito, se lo ficcò in bocca, succhiandolo in modo vistoso, come una delizia, strappando così a quella platea nuove ovazioni, sempre più oscene. Qualcuno aveva già coinvolto, soldi in mano, alcune delle cameriere in topless che avevano, momentaneamente, smesso di servire liquori e prendevano cazzi in bocca, in fica e in culo.

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- Bene – concluse mia madre – abbiamo diverse possibilità in palio… – e prese ad illustrarle. Subito dopo, si passò alla riffa vera e propria. Era in palio la mia verginità… – Partiamo da dieci mila. Chi offre di più? – Dieci e cinquecento. – Dieci e ottocento. – Dieci e ottocento! Ma vi rendete conto – tuonò mia madre, indignata – di quello che vi sto proponendo stasera? Una verginità vera! E dove la trovate oggi una vergine vera, signori? Le puttane a dodici anni sono già sul marciapiede a battere con fiche e culi sfondati, le ragazzine di buona famiglia a otto anni si fanno già chiavare dal padre e dai fratelli in fica e in culo e i ragazzini maschietti, che vanno in parrocchia a cinque anni hanno già il cazzo del prete in bocca e a sei lo prendono in culo! Vergogna! Signori, state offrendo troppo poco! Il mio grilletto, a quella oscena trattativa che riguardava il mio corpo proprio come se io fossi stata una vera schiava di altri tempi, mi tirava pazzescamente davanti e il desiderio di essere finalmente chiavata stava diventando lancinante. – Quindici mila! – disse precipitosamente una voce dal fondo della sala, in un italiano dalla inequivocabile inflessione straniera. Guardai con interesse da quella parte, verso il punto da cui era giunta quella voce, e il mio cuore si mise a battere precipitosamente.

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Era stato Hugo a fare quell’offerta. Il mio grilletto ebbe un guizzo negli slip e quel movimento, tanto spontaneo quanto osceno, non sfuggì agli invitati che si trovavano nelle prime file. – Venti milioni! – urlò la voce di un siciliano. Lo guardai. Era grasso, enormemente grasso. Le sue gambe sembravano due prosciutti e la pancia era disgustosamente enorme e flaccida. Era tanto grande che, ricadendo a cascata con mille pieghe, gli aveva addirittura ricoperto completamente cazzo e coglioni. Ma il maschione, essendosi accorto che io lo stavo guardando, rapidamente, con entrambe le mani, si tirò su il grasso della pancia e io restai a bocca aperta. Il tizio possedeva un cazzone addirittura mostruoso, tanto era grande. La cappella era una cosa sbalorditiva. Se mi avesse chiavata lui, riflettei, sarei riuscita a prendere in fica un uccello così portentoso, almeno quanto a dimensioni? Intanto, l’asta continuava. Ci furono varie altre offerte. Poi udii ancora la voce di Hugo. – Quarantasette mila! – Cinquanta mila! – ribatté il ciccione. – Sessanta – fece Hugo. – Ottanta! – incalzò il ciccione. – Cento! – urlò Hugo. – Centoventi! – imprecò il ciccione. Io ero allibita. La mamma aveva ragione! Come sempre, del resto… Non avrei mai immaginato che la verginità della mia fichetta potesse valere tanto! Purtroppo, a quella offerta nessuno si sentì di ribattere. Hogo si era arreso. Dopo qualche secondo di silenzio, com’è d’obbligo in questi casi, si sentì la voce della mamma: – Nessuno offre di più? Centoventi e uno, centoventi e due, centoventi e tre, aggiudicato a Oscar! Il ciccione aprì una valigia che teneva accanto a sé, piena di denaro, contò dodici mazzette da dieci mila e le consegnò a zio Gustavo, che era addetto alle riscossioni. – Signori, ancora un momento di attenzione! – fece allora mia madre, mettendosi a pisciare a gambe larghe, in piedi, mentre parlava al microfono, per accentrare di nuovo su di sé l’interesse generale. – Come sapete, anche se il “jus primae noctis” è stato appena aggiudicato, restano diverse altre opzioni non meno intriganti e interessanti. Voglio portare la vostra attenzione a considerare e valutare attentamente l’opzione che ho voluto definire come una sorpresa. Ovviamente, non posso dirvi ora di che si tratta, poiché, in quel caso, non sarebbe più una sorpresa… Posso dirvi che si parte dalla base di due mila per le offerte e che le possibilità di aggiudicarsi questa opzione sono soltanto quattro. Ma non è tutto: i quattro fortunati gentlemen che potranno usufruire di questa grandiosa possibilità dovranno giurare che manterranno il segreto e non riveleranno mai, a nessuno, di che cosa si è trattato. Questa condizione è assolutamente tassativa. Possiamo cominciare con le offerte. – Sette mila – fece Hugo, che evidentemente desiderava essere sicuro di aggiudicarsi almeno una di queste possibilità. Infatti ci riuscì, dal momento che altre offerte più vicine alla sua risultarono nettamente inferiori a quella cifra. Ma Hugo riuscì ad aggiudicarsi anche un posto in tutte le combinazioni di livello inferiore, inclusa la festicciola di chiusura, prevista per la sera dell’indomani. Io lo guardavo e sognavo. Evidentemente, pensai, il mio interesse nei suoi confronti era contraccambiato. Peccato che non sarebbe stato il suo cazzo a sverginarmi… A meno che… E se io avessi barato con il ciccione, Oscar? Ma subito mi pentii di quella idea. E se Oscar avesse chiesto la restituzione del denaro? Ma, poco dopo, incrociando lo sguardo perverso ed eccitato fino alla follia di mia madre, mi misi mentalmente a ridere da sola. La mamma aveva ragione a dire che mi trovavo ancora alla scuola della troiaggine e che avrei dovuto fare moltissime esperienze prima di potermi considerare davvero una Padrona. I miei problemi di coscienza, infatti, erano ridicoli e grotteschi. Una puttana che si faceva scrupolo di ingannare un cliente… ma si era mai vista una cosa del genere? Una troia è una troia, vive solo per fare soldi e godere in modo egoistico, abbagliando gli altri con la propria oscenità e la sua unica morale è il proprio tornaconto nel vizio, nella perversione, nella sconcezza e nell’immoralità. Che cazzo me ne fregava di ingannare Oscar, o come diavolo si chiamava? Io, la mia fichetta vergine, la volevo dare a Hugo! Già. Ma come diavolo ci sarei riuscita? Calma, cominciai a ripetere a me stessa mentre si avvicinava il momento di consumare e la mamma aveva già staccato la catena, all’estremità conficcata nella pertica e la consegnava nelle mani di Oscar che, per poter raggiungere la camera da letto, si era tirato su i pantaloni. Intanto, zio Gustavo radunava Hugo e gli altri tre beneficiari della sorpresa in una piccola stanza isolata. Per il sollazzo di tutti gli altri, che dovevano attendere il giorno successivo per approfittare delle mie grazie, saltò fuori un’altra sorpresa, di cui nemmeno io sapevo nulla. (5 – continua)

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